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Lou Reed – Metal Machine Music

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Lou Reed è stato senza alcun dubbio una delle figure di rottura del pop. Da sempre attratto verso nuove forme espressive, nella sua carriera non ha mancato anche di volgere la propria arte anche nel campo della musica rumoristica.

Il disco Metal Machine Music

Nel 1975 la Rca Record pubblica il doppio album Metal Machine Music (sottotitolo: The Amine β Ring – An Electronic Instrumental Composition) ultima fatica discografica di Lou Reed. Il celebre cantante aveva lasciato da 5 anni i Velvet Underground ed aveva già pubblicato 4 album da solista. Nel 1974 sempre per la RCA, era stato pubblicato l’album “Sally can’t dance” che da una parte si rivelerà l’album più venduto di sempre nella carriera solista del cantante, dall’altra fu un’opera molto poco digerita dallo stesso cantante che più volte dichiarò di disconoscere questa sua opera. 

Dovendosi riprendere dagli ultimi dischi che lo avevano provato molto inizia a lavorare su un “disco di rottura totale”. Difatti Metal Machine Music si può definite un disco prettamente rumoristico, fatto di ininterrotti feedback chitarristici, Metal Machine Music segna una radicale rottura con quanto prodotto in precedenza dalla produzione discografica di Reed e molti critici sono concordi nel considerarlo come poco più di uno scherzo, una sorta di vendetta contro l’etichetta discografica RCA Records, che lo aveva costretto a pubblicare il commerciale Sally Can’t Dance. L’album segna inoltre un ritorno alle sperimentazioni sonore, attualizzate, compiute da Reed con i Velvet Underground negli anni sessanta.

Leggendo le note di copertina dell’album (scritte dallo stesso cantante americano), viene riportato che questo disco inventi il genere heavy metal, ponendone allo stesso tempo anche la fine. In aggiunta, sempre nelle note del disco, Lou Reed aggiunse che chi fosse riuscito ad ascoltarlo per intero, poteva considerarsi più pazzo di lui.

 

Musicalmente l’intero album è costituito nella sua interezza da distorsioni e rumori chitarristici suonati a differenti velocità e senza la benché minima concessione melodica o alla forma canzone classica. Una cacofonia sonora che va avanti per più di un’ora senza ritmo, melodia o qualsiasi struttura formale, con solamente pochi secondi di pausa tra una parte e l’altra. Le chitarre sono accordate in maniera inusuale e suonate su diversi livelli di riverbero fino a renderle irriconoscibili. Quindi appoggiate contro gli amplificatori e “letteralmente” lasciate suonare da sole. Reed registrò l’album su un registratore a quattro piste nel suo appartamento di New York, mixando le quattro tracce in stereo.

Nella sua forma originaria, ogni traccia occupava una intera facciata d’album e durava esattamente sedici minuti e un secondo.

Con un espediente tecnico, nel formato su vinile (in CD non poteva essere replicato), l’LP continua a suonare all’infinito quando arriva sull’ultimo solco, costringendo l’ascoltatore a togliere la puntina manualmente per far terminare l’album.

Come nasce Metal Machine Music

Una grossa influenza sul lavoro di Reed, e una fonte importante per capire la serietà degli intenti profusi dall’artista nel disco, furono le sperimentazioni sonore di metà anni sessanta compiute dal Theatre of Eternal Music di La Monte Young (i cui membri includevano John Cale, Tony Conrad, Angus MacLise e Marian Zazeela). Sia Cale che MacLise furono membri anche dei The Velvet Underground (MacLise lasciò prima che il gruppo incidesse il suo primo LP).

Le discordanti note sostenute e l’alta amplificazione delle composizioni del Theatre of Eternal Music avrebbero influenzato i futuri contributi di Cale al primo sound dei Velvet Underground. La recente ristampa di lavori di Cale e Conrad risalenti alla metà degli anni sessanta, come la serie Inside the Dream Syndicate di Cale testimoniano la forte influenza che questi lavori sperimentali ebbero sull’opera di Reed dieci anni dopo, e che sfociarono nel caos apparentemente disorganizzato di Metal Machine Music.

In una intervista con il giornalista musicale Lester Bangs, Reed affermò di avere intenzionalmente piazzato nel disco citazioni e rimandi a composizioni di musica classica quali la sinfonia Eroica e la sinfonia Pastorale di Ludwig Van Beethoven, e che aveva cercato di far uscire l’album per l’etichetta Red Seal della RCA, riservata esclusivamente alla pubblicazione di dischi di musica classica; comunque, non è ben chiaro se Reed fosse serio o meno nel fare queste affermazioni, nonostante abbia ribadito gli stessi concetti durante una intervista del 2007.

E’ veramente l’album peggiore di sempre ?

Poco dopo l’uscita dell’album, molti appassionati di Lou Reed che acquistarono il disco lo restituirono ai negozianti bollandolo come “truffa”. E’ anche vero che il musicista stesso definì l’album “un gigantesco vaffanculo” ai propri fan che venivano ai concerti solo per ascoltare Vicious o Walk on the Wild Side, una specie di suicidio commerciale consapevolmente attuato.

 

L’etichetta ripubblicò l’album con una copertina diversa in molti paesi e in altri vi applicò su un adesivo con la scritta: “Non è un album cantato”. 

L’album è stato inoltre inserito in alcune classifiche dedicate ai peggiori album di tutti i tempi, piazzandosi al secondo posto in quella stilata nel libro del 1991 The Worst Rock ‘n’ Roll Records of All Time scritto da Jimmy Guterman e Owen O’Donnell e in quella della rivista Q Magazine che, nel 2005, ha incluso il disco nella lista dei “10 peggiori dischi mai registrati da grandi artisti”. Sempre Q Magazine ha classificato Metal Machine Music al 50º posto nella classifica dei peggiori album di tutti i tempi.

Fuori dal coro delle critiche, si posizionarono Lester Bangs che, in un articolo apparso sulla rivista Creem nel 1976, definì Metal Machine Music come “the greatest record ever made in the history of the human eardrum” (traducibile in: il più grande disco mai fatto nella storia dell’orecchio umano).[20] e Victor Bockris, che lo definì “l’album concettuale punk per eccellenza e il progenitore del punk rock di New York”. Inoltre, il primo numero della fanzine Punk, piazzò Lou Reed e il suo album in copertina nel 1976, presagendo la venuta del Punk e della scena No Wave newyorkese.

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