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Ivano Nardi, il mio cammino tra sperimentazione e grande curiosità

Da molti anni Ivano Nardi è uno dei musicisti più eclettici del panorama percussivo romano e non solo. Il suo cammino all’interno del free jazz e della musica d’improvvisazione l’ha portato a grandi collaborazioni e la stima di molti addetti ai lavori. 

In un post apparso tempo fa, un altro illustre musicista come Massimo Carrano così descriveva Ivano “elegante esecutore di musica ineducata, Dottore in sopravvivenza, esperto in resurrezioni, depositario di storie e sterminata aneddotica, Professore Dissociato di teorie dell’affetto e fenomenologia dell’ Amore, asseconda con questo gesto un’urgenza intima”.

Nella prefazione di un album, Pierpaolo Foggiano invece parla di Ivano così “la sua è una musica nutrita da profonde esigenze interiori, di lacerazioni, di esperienze vissute sulla propria pelle, in osmosi con una forte e urgente esigenza di conto. L’essenza sta nel mantenere sempre alto il tiro, nel non demordere mai, anche quando sembra che tutto stia per frenare. Qui germoglia il momento in cui estasi e preghiera, dolore e passione, avvertono quello scatto di orgoglio che fa rifiorire il gesto musicale”.

Intervista a Ivano Nardi

Ciao Ivano, prima domanda piuttosto scontata; come ti sei avvicinato alla batteria ?

Credo che sin da piccolo la mia propensione verso la musica e la batteria fosse nell’aria. In casa mi raccontano che praticamente facevo “rumore” su ogni cosa, in particolare con una sedia preferita che “suonavo” con le cucchiarelle da cucina. Poi sono certo che altro elemento che ha giocato a mio favore è stato il fatto di abitare a Monte Mario nello stesso stabile con la famiglia Urbani, crescendo con Massimo e Maurizio. Insomma, da questo contesto partì il mio interesse verso la musica, iniziando con la banda della parrocchia ed i primi complessini a cui seguirono successivamente le prime esperienze un pò più serie

Proprio con l’indimenticato Massimo Urbani hai portato avanti nel corso del tempo una profonda collaborazione artistica ed una grandissima amicizia. Ce ne vuoi parlare ?

Massimo, già Max. A lui mi troppe storie di vita e di musica, troppe … Veramente troppe. Non saprei da dove cominciare. Momenti speciali felici e altri invece decisamente meno. Ad ogni modo invito volentieri a leggere i due libri di Carola De Scipio (“L’avanguardia è nei sentimenti” e “Vita, morte e musica di Massimo Urbani”) dove c’è di tutto

Quale musicista ti ha fatto scoprire questo tuo approccio allo strumento ? C’è un qualche musicista di rifermento a cui t’ispiri ?

Ho sempre ascoltato di tutto, ma inevitabilmente poi si sceglie la propria strada. Sono molti quelli che mi hanno influenzato tra musicisti italiani, europei ed americani. Il mio percorso è stato dettato dalla sete di curiosità, andando a ricercare ed approfondire la storia del nostro strumento, la storia della musica e di conseguenza conoscere anche le altre arti e così via … la curiosità l’ho sempre reputata una virtù fondamentale. Gli ascolti principali sul quale mi sono formato potrei citarti Stu Martin, Tony Oxley, Ed, Han, Elvin Jones, Max Roach, Art Blackey … sono troppi ! Sicuramente la mia voglia di “libertà” è stata importante per avvicinarmi ai master dell’arte della percussione europea e la lettura di testi fondamentali mi ha ispirato nel crescere

 Cosa vuol dire per te “sperimentazione” ? Secondo te, c’è ancora fame di sperimentare nuove vie sonore ?

Sperimentare è quasi obbligatorio per un musicista di “jazz”o per chi si muove in determinati ambiti musicali, ma anche solo per chi è mosso da curiosità. A mio dire fortunatamente ci sono molti grandi e ottimi musicisti che ancora percorrono questa strada

Hai collaborato con grandi nomi del jazz come Evan Parker, Steve Lacy, Antonello Salis, Don Cherry e Lester Bowie. Come sono nate queste collaborazioni e cosa ti hanno lasciato ? Come hai mutato il tuo approccio a seconda della varie collaborazioni ? Puoi darci qualche aneddoto a loro legato ?

Sì, effettivamente sono molte, ma ce ne sono alcune errate. Con Evan Parker e Steve Lacy furono solo jam … Come la curiosità, anche la correttezza è fondamentale nella musica come l’onestà intellettuale e non solo. Non amo dire cose che non mi appartengono,ma a molti fa piacere inventarsi collaborazioni e non solo, ma questo è un altro discorso. Le altre collaborazioni che hai citato sono state la logica conseguenza della mia crescita artistica. Da loro ho imparato tante cose musicali e umane, ma anche cose divertenti

Da molti anni collabori con Marco Colonna, musicista molto sensibile alla sperimentazione con batteristi “non convenzionali” come Massimiliano Furia ed Ettore Fioravanti . Com’è nata la vostra collaborazione ?

La collaborazione con Marco è una cosa speciale. Sono ormai dieci anni che suoniamo insieme. Abbiamo imparato molto l’uno dall’altro sotto il profilo umano musicale e culturale. Condividiamo tante cose, ma vorrei citare anche Eugenio Colombo,Giancarlo Schiaffini,Roberto Bellatalla,Silvia Bolognesi,Gaetano Liguori e tanti altri

Hai collaborato anche Mario Schiano, uno dei padri della scena free jazz italiana. Come nacque l’album TEST hai qualche ricordo di quella storica sessione ?

Il grande e unico Mario Schiano! Evito di raccontare cose e episodi che precedono il disco per il semplice motivo che si entrerebbe nella sfera personale e probabilmente troppo lunghe da raccontare. Comunque in quel periodo, siamo nel 1977 Mario Schiano era in cerca di nuovi talenti e la sua scelta fu quella di chiamare me. Prova ad immaginare la mia emozione e tutto il resto. Ti dico solo che non avevo neanche la batteria! Mi venne in soccorso il mio caro amico Mario Paliano che allora suonava con i Cadmo, e mi prestò la sua batteria. Proprio poco dopo presi il suo posto nei Cadmo quando la formazione si spostò dall’essere un trio per diventare quintetto

Sei te in prima persona che ricerchi nuove collaborazioni oppure aspetti che le occasioni si presentino da sole ?

Essendo ancora molto curioso, mi piace seguire con grande interesse la nuova scena musicale o per meglio dire, quella attuale. Mi piace tenermi aggiornato su nuovi musicisti, nuovi esperimenti e nuove proposte. Il rapporto che ho con il mio strumento non è maniacale anzi. Lo penso come un alleato, non come un oggetto, tamburo di latta o di grandi marche..dipende da chi suona,anche quì potrei raccontare cose accadute in grandi festival e teatri!!personali e di altri, ascoltati..comunque amo il mio piccolo gioiello. Lo reputo il mio angelo custode. Non ho difficoltà con il mio strumento, fa parte della mia visione, è il mio suono. Chi mi propone qualcosa è ben conscio di come suono e anch’io quando ho un’idea o un progetto lo svolgo naturalmente con la mia personalità sonora. I tempi cambiano, l’arte cambia, il gusto cambia, il concetto di bellezza cambia, le persone cambiano, il mondo cambia e di conseguenza il pubblico. Sono fiducioso ancora nell’uomo .

Cambiando molti ambienti lavorativi, come gestisci il tuo suono e la scelta degli strumenti da usare ?

Ho usato un set “tradizionale” da sempre ma talvolta mi sono divertito a personalizzarlo. Ora sono diversi anni che uso un set molto piccolo assieme a molti altri suoni da me assemblati. Purtroppo non sempre posso sempre usare questo sistema semplicemente per problemi pratici come viaggi, costi e tutto il resto

Facendo musica d’improvvisazione, regola fondamentale è una massima ricerca di ogni spunto sonoro che possa fornire qualsiasi stimolo. Qual’è la cosa che più t’ispira nelle tue improvvisazioni ?

Come ti accennavo prima, mi muovo in un ambito a me congeniale. Questa è stata una scelta che porto avanti da diversi anni ma amo e ascolto il jazz in ogni sua forma : fa parte della mia vita. Mi commuovo con Coltrane o con Parker, con i violini e tante altre musiche che adoro; continuo a leggere e da approfondire cose che riguardano l’arte tutta : so che non basta una vita a raccogliere tutti questi stimoli !

 

Ci sono mai stati momenti in cui volevi lasciar perdere ?

Sì, ho avuto tante difficoltà nella mia professione ed ancora oggi. Per mantenermi ho fatto molti mestieri, un po di tutto, anche nel periodo che suonavo con Don Cherry. Naturalmente difficoltà diverse, ma sempre difficoltà sono. Quando si nasce in periferia e si appartiene ad un’onesta famiglia di operai le difficoltà sono molte..famiglia fantastica, unica..ma con difficoltà di tutti i tipi diventa difficile pensare alla musica..poi il miracolo!

Da molti anni sei molto attivo nel panorama musicale romano. Com’è cambiato il lavoro ed in che direzione si muoverà il lavoro del musicista in futuro ?

Musica e il sociale, jazz e scuole, jazz e critica musicale, jazz e mercato, autogestione, questioni aperte da sempre. E la speranza gli stimoli, la voglia nuove personalità, nuovi movimenti che si rinnoveranno ancora e ancora. Sono tutte ipotesi ancora aperte

Ammetto che la prima volta che m’imbattei nel tuo nome fu leggendo un articolo su Drumset Mag scritto dal grandissimo Massimo Carrano. Che rapporto ti lega a questa leggenda della percussione italiana ?

A Massimo mi lega una profonda amicizia. Un insieme di stima, affetto e grande rispetto. Parte tutto da molto lontano, ma anche quì non saprei da dove cominciare. Semplicemente mi limito nel dire un sentito grazie

 

Sei un maestro di batteria. Quali valori cerchi di dare ai tuoi allievi ?

La scuola, eh già la “sQuola”. Questo per me è argomento importante e fondamentale. Ci sarebbe da fare una discussione a parte vista l’importanza dell’argomento. Sì, ho insegnato molto e a volte con difficoltà perchè ho sempre proposto un modo per così dire “non convenzionale”. Sì certo alcune regole, ma proposte in maniera creativa, diversa. Che poi a dirla tutta sono modi non certo scoperti da me, ma che partono dagli anni della così detta nuova scuola. Purtroppo però vista l’omologazione generale ebbi difficoltà a portare avanti le mie idee. Non ho mai accettato percentuali sulla vendita di metodi o altro, anzi ho sempre prestato materiale e cose ai miei allievi ed addirittura, molte cose le ho regalate sopratutto a quelli in difficoltà. Alla base c’è sempre l’importanza della musica che poi si ricollegata a tutto il resto. In “sQuole” così dette difficili ascoltavamo “I pini di Roma” di Respighi per conoscere la nostra Città! Oltre alla batteria e alle percussioni, grazie alla musica abbiamo scoperto cos’è il rispetto, il silenzio e la gioia di fare e stare insieme e così via. Il mio approccio è sempre stato quello di conoscere la musica e sopratutto il suo significato.

Hai qualcosa che ritieni essere la tua firma sonora per cui qualcuno ti può facilmente riconoscere ? Cosa rappresenta per te il suono ?

La mia firma sonora in molti mi hanno detto essere vicina a quella di grandi maestri irraggiungibili come Oxley, Murray o il primo Tony Williams. Io più umilmente dico che forse è meglio che parli la musica dei miei cd

Quali sono le caratteristiche principali che deve avere un ragazzo adesso per lavorare ?

L’umiltà e la curiosità

Quali sono i batteristi che maggiormente segui e quali pensi che siano i migliori prospetti nel panorama italiano ?

essendo molto curioso artisticamente cerco sempre di essere al corrente di ciò che accade..ci sono molti giovani interessanti,ascolto comunque anche spesso i grandi del nostro strumento,non si finisce mai di imparare..da sempre sulle spalle dei giganti. grazie e buon cammino

Hai prossimi progetti nell’immediato ?

Sì, ho un cd che dovrebbe uscire a breve. Si chiama “Homage do Kandisky” e mi vede suonare insieme a Giancarlo Schiaffini, Roberto Bellatalla e Eugenio Colombo, oltre alla collaborazione di Luigi Onori. Kandisky diceva che “il colore è il tasto, l’occhio il martelletto e l’anima è il pianoforte”. Per me il colore che crea la forma della composizione istantanea dove l’aspetto emozionale prevale con il suono interiore. Un sogno, un progetto che avevo in testa da tanto tempo. Il libro letto mi lasciò un segno. Le cose belle sincere e volute fortemente si sono avverate con musicisti che stimo da quando iniziai il mio percorso musicale e tutto questo ancora mi emoziona e stimola ogni volta.

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