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Stefano Costanzo, il suono è tutto

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Tempo addietro mi sono recato a sentire gli Oportet dal vivo presso Blutopia. Non li conoscevo affatto. E’ stato un concerto bellissimo per intensità e perchè ha saputo soddisfare il mio bisogno di emozione, di ricerca, di stupore. In particolare la capacità del batterista del trio mi ha calamitato. Un grande devozione alla sperimentazione e alla ricerca sonore.

Ho deciso di partire da questo progetto per portare avanti una conversazione su diversi aspetti e risvolti dei suoi lavori.

 

Intervista a Stefano Costanzo

Ciao Stefano, ti ho visto recentemente all’opera con il tuo nuovo progetto Oportet. Un progetto musicale veramente molto meritorio sia per l’eleganza delle composizioni, sia per l’appassionata ricerca che vi si cela dietro. Arrangiamenti molto ben congegnati e mai banali ed un grande affiatamento tra voi tre. Come nasce questo progetto ?

In questo progetto sei anche il principale arrangiatore dei pezzi. Come nasce la stesura di questi brani così particolari ? Componi anche le parti degli altri strumenti ?

Ascoltandoti uno dei tuoi tratti più distintivi è la tua grandissima ricerca del suono mediante l’impiego di più percussioni usate in maniera molto personale. Cosa rappresenta per te il suono e la sua ricerca ?

Hai mai trovato difficoltà o diffidenza a proporre il tuo modo particolare di suonare ?

Come gestisci il tuo suono e la scelta degli strumenti da usare ? Utilizzi particolari trucchi per l’accordatura ? Con gli Oportet ti ho visto suonare con un set molto compatto come numero di pezzi. Scelta voluta o più dettata da fattori esterni ?

Hai usato un rullante vintage della Hollywood. Che rapporto hai con i strumenti vintage ? Quale pensi che sia la caratteristica peculiare di questi strumenti ?

Mentre ti ascoltavo mi venivano in mente dei rimandi a Jim Black con gli AlasNoAxis oppure Martin Brandlmayr con i Radian. T’ispiri effettivamente a questi musicisti oppure i tuoi riferimenti sono altri ?

Luogo comune vuole che i jazzisti non sappiano suonare altri generi al di fuori del proprio. Secondo te è del tutto falso oppure c’è qualche forma di verità ?

Nel dopoguerra il jazz rappresentava l’avanguardia e molti locali proponevano questa musica avanguardistica ad un pubblico non ancora preparato, ma molto affamato di voler scoprire. A distanza di molti anni, la situazione sembra essere ribaltata dove assistiamo ad un pubblico molto preparato ma poco propenso alla scoperta del nuovo. Secondo te è così o vedi qualche barlume di speranza ? Il pubblico è ancora affamato di ricerca sonora o novità ?

Come sta succedendo sempre più a livello mondiale, la vostra proposta jazz pare strizzare l’occhio alle sonorità più electro, ma la interpretate in una maniera vostra molto originale dove qualsiasi effetto sonoro viene lavorato sempre da una sorgente acustica.  Cosa o chi ti ha ispirato questo approccio nella scelta dei suoni ?

Gli Oportet sono un progetto autoprodotto. Che consiglio dai agli artisti che si vogliono autoprodurre ?

Hai suonato anche con Gegè Telesforo. Come è nata questa collaborazione e come hai plasmato il tuo stile sulla sua musica ?

Sei cresciuto a Napoli. Questa città come ti ha cresciuto musicalmente ed artisticamente ? Ti sei molto spesso spostato sull’asse Napoli-Roma. Quali sono le maggiori difficoltà dell’ambiente musicale romano e le differenze con l’ambiente napoletano ?

Come hai iniziato a suonare la batteria ? Quali sono stati i tuoi idoli e punti di riferimento ?

Cosa rappresenta per te la batteria ?

Hai studiato al conservatorio. Pensi che questo percorso sia indicato per chi voglia studiare batteria e che formi adeguatamente, o è semplicemente un valido “pezzo di carta” ?

Che rapporto hai con l’avanguardia ?

Oltre che suonare a favore di altri, spesso proponi spettacoli di solo batteria. Puoi parlarmene ?

Se prima le collaborazioni avvenivano solo a livello locale, ora si ha la possibilità di registrare e collaborare anche a distanza. A te è mai capitato ? Allargandosi le possibilità, si allarga anche la concorrenza. Perché qualcuno dovrebbe scegliere te come batterista di un progetto ? Cosa pensi che ti possa rendere unico?

Cosa rappresenta per te l’arte e come la ricerchi ? Questa ricerca influenza il tuo modo di suonare o d’intendere la vita ?

Com’è cambiato il lavoro ed in che direzione si muoverà il lavoro del musicista in futuro ?

Ti vorrei chiedere qualcosa riguardante la parte più lavorativa di questo lavoro. Come elabori il tuo cachet rispetto al lavoro proposto ? C’è sempre trasparenza in questo mondo oppure talvolta ti sei sentito sfruttato ?

Ci sono mai stati momenti in cui volevi lasciar perdere ?
 

Sei te in prima persona che ricerchi nuove collaborazioni oppure aspetti che le occasioni si presentino da sole ?

Sei un maestro di batteria. Quali valori cerchi di dare ai tuoi allievi ? Quali metodi consigli e come i tuoi maestri ti hanno influenzato in questo tuo lavoro ?

Hai qualcosa che ritieni essere la tua firma sonora per cui qualcuno ti può facilmente riconoscere ? Cosa rappresenta per te il suono ?

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