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Maxwell “Max” Roach, We insist: il rivoluzionario

max roach we insist
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We insist” è un esortazione. “We insist” è un atto di sfida. “We insist” è una provocazione. “We insist” è Max Roach. Basterebbe questo disco a descrivere l’eclettismo del geniale batterista originario di Newland, “Nuova terra” non a caso.

Decisamente la figura di Max Roach è una delle figure di spicco della storia batteristica.
Purtroppo quella del batterista, per il grande pubblico è storicamente stata una delle figure più sottovalutate e per le quali si è usato meno inchiostro rispetto che ad altri strumenti.
Difatti la carta stampata ed i piccoli e grandi schermi hanno raccontato vita, morte e miracoli di cantanti, chitarristi, direttori d’orchestra ed altri, ma difficilmente troviamo adeguata attenzione anche per coloro che senza i quali, anche il più virtuoso chitarrista non farebbe molta strada.
Effettivamente esistono poche storie e pochi batteristi che con il loro primo colpo di rullante, determinano una data attorno alla quale dividere la storia della musica in un “prima” e “dopo”.


Non sono un fine ascoltatore di jazz, mi piace molto, ma non mi sento assolutamente un tuttologo del genere. Eppure penso che in questo campo ha operato il batterista “rivoluzionario” per eccellenza : Max Roach. Un avanguardista, un ricercatore, uno sperimentatore, un appassionato, e più avanti capirete anche il perchè dell’aggettivo RIVOLUZIONARIO. Ogni batterista, ogni sperimentatore di oggi, deve molto a questo illustre musicista.
Il non volersi mai arrendere, ricerca una propria via, non fermarsi mai a quello che gli altri dicono, andare contro ogni dettame o regola.

GLI INIZI

Quando Max Roach inizia a muovere i primi passi, la batteria come strumento esiste da circa una trentina d’anni. La sua storia è quella di un qualsiasi bambino nero nell’America dei primi anni del ‘900. La sua famiglia è di umili origini e la musica che egli ascolta è la musica sacra della chiesa. Con questa musica, il giovane Max, muove i primi passi.
E dev’esser stato terribilmente talentuoso, se a soli 17 anni suonava già con Duke Ellinghton, probabilmente l’orchestra più famosa del tempo !!!
Insieme a Kenny Clarke, è tra i padri indiscussi del be-bop, e questo di suo già lo fa essere importante anche da un punto di vista sociale. Difatti se il jazz nasce nero, da subito in un America dove regnava una forte segregazione razziale, se ne appropriarono anche i bianchi. Il Be-Bop nasce a New York ed è la costola nera del jazz e se da una parte fu un’evoluzione del genere, da una parte fu anche una chiara dichiarazione d’appartenenza della comunità afro americana verso un mondo che li emarginava. Batteristicamente parlando, il genere libera il batterista dalla sola funzione ritmica, affidandogli anche il compito di colorare e perchè no, anche aiutare melodicamente.


Con la fine della guerra, Max continuò a sperimentare e seguire le nuove mode, reinterpretandole sempre a sua maniera. Con la nuova evoluzione dell’hard bop, iniziò a sperimentare nuove accordature con lo strumento (nel bene o nel mane, piaccia o non piaccia, è stato tra i primi ad imprimere il suono delle pelli ultratirate) , e l’utilizzo di metriche dispari.

WE INSIST

Altro decennio e si arriva alla definitiva evoluzione e la consacrazione di Roach anche come solista o band leader. Le battaglie razziali si fanno sempre più accese in America. Nel 1955 ci fu il famoso caso di Rosa Parks e la susseguente battaglia per i diritti civili capitanata da Martin Luther King. Nel 1960 esce il monumentale disco “We insist” dove la batteria di Roach accompagna canti dedicati alla battaglia per i diritti civili. Il sapore delle composizioni è fortemente incentrato sul lavoro del batterista, ed il disco si ritiene esser stato il precursore e pietra fondante del movimento “free jazz“. Per quanto riguardo l’aspetto discografico, l’intera operazione accompagnata anche da una copertina decisamente provocatoria, fece indispettire non poco i discografici che inserirono il batterista nella lista di musicisti “poco graditi” dell’industria discografica statunitense nella seconda metà degli anni sessanta, cosa che lo costrinse a diradare la sua presenza in studio d’incisione.

La famosa copertina

DRUMS ALSO … SOLO

Nonostante tutto realizzò anche dischi dove portò alla batteria alla definitiva consacrazione di strumento solista. La leggendaria “Drums also Waltz” (ai giorni odierni ripresa e citata anche da batteristi quali Neil Peart e Questlove) rappresenta un vero e proprio inno al modo alternativo d’interpretare lo strumento.
Da un punto di vista stilistico, l’ostinato tenuto con i piedi (in 3/4 proprio a rimarcare il titolo della composizione) ed il fraseggio libero delle mani, anticipa di diversi decenni le evoluzioni che verranno portate avanti da personaggi quali Terry Bozzio e Thomas Lang, ed in Italia dal grande Marco Iannetta.

Altro atto d’amore dello strumento e vera e propria sfida vinta, è stato il celebre assolo realizzato usando unicamente  l’hi-hat (Mr Hi-Hat), altra dimostrazione di quanti suoni si potessero ottenere con un solo componente. Un assolo che poi verrà ripreso anche da Buddy Rich e Steve Smith.

MAX ROACH E MEAZZI

Anche nello strumento ci fu una piccola invenzione, peraltro tutta italiana. Con la collaborazione nata tra il celebre musicista e la ditta Meazzi, si costruì un suo modello di batteria signature che prevedeva l’innovazione di un carrello a terra per facilitare il trasporto dello strumento e sul quale poter attaccare le aste del piatto e del rullante ( come si vede in questo video con Massimo Carrano). Seppur un’idea non del tutto originale, questa idea più avanti sarà embrionale per lo sviluppo del concetto dei rack.

Sempre per il marchio italiano, fu protagonista di un’importante campagna pubblicitaria dove veniva presentata la TronicDrum, un primissimo esperimento di commistione tra batteria acustica ed elettronica.

Questo singolare prodotto aveva una centralina che pilotava i pickup inseriti nei tamburi e ne consentiva sia una migliore amplificazione, sia la possibilità di creare particolare effetti sonori. Un qualcosa che anticipò di molto quanto successe negli anni ’80 con le famose Simmons (che curiosamente saranno distribuite in Italia dalla stessa Meazzi).

In un’intervista realizzata da Paolo Sburlati, Max Roach così ricorda il suo periodo con la Meazzi

La Gretsch mi diede il mio primo endorsement, in seguito passai a Premier … Dopo alcuni anni venni a suonare in Italia e Marino Meazzi mi fece provare le sue batterie Hollywood. 
Ci trovammo d’accordo e suonai le Hollywood per molti anni. A New York ho ancora tutte le Hollywood che mi hanno dato. Ho anche due timpanetti a pedale, quelli che facevano una volta. E anche una batteria elettronica Meazzi Hollywood: fu la prima nel suo genere

Dopo il periodo con la Meazzi, Max Roach divenne un artista Ludwig. Un rapporto piuttosto lungo e che lo accompagnerà fino alla fine della sua carriera. Nonostante il forte vincolo che lo legava al marchio americano, non era difficile notare nel suo kit, la presenza dei famosi timpani a pedale del marchio italiano

ASCOLTO CONSIGLIATO

Per quei, spero, pochi, che non la conoscessero, v’invito ad ascoltare questa esecuzione del suo celebre assolo “Drums also Waltz“, registrato nel 1994 insieme all’Orchestra Radio Television Svizzera Italiana. Da prestare particolare attenzione verso la grande musicalità espressa, e di come la batteria interpreti un ruolo del tutto melodico. V’invito a soffermarvi sul lavoro fatto con gli ostinato tenuti con i piedi

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