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Luca Colussi, vivere nello spazio

Negli scorsi giorni, girando per la rete mi sono imbattuto nei video in solo di Luca Colussi. Sono rimasto particolarmente colpito dalla bellezza sonora generata dal suo drumkit e da un fraseggio molto articolato, ma allo stesso tempo con una predominante cura del suono e della performance.

Incuriosito dai video Live in Space 1, Live in Space 2 e Live in Space 3 ne ho approfittato per fargli qualche domanda su questi soli e fare il punto su diversi argomenti legati al mondo della batteria e non solo

Intervista con Luca Colussi

Ciao Luca, come ti sei avvicinato alla batteria ?

Ricordo fin da piccolo questa ossessione a percuotere qualsiasi cosa, tanto da costruirmi, credo verso 6/7 anni, una batteria fatta di secchi e pentole.
I miei, nonostante si fossero accorti di questa mia passione per le percussioni, forse per paura di disturbare i vicini, mi regalarono una chitarra classica e da li cominciai a prendere lezioni, ma la cosa non funzionò.
Qualche anno dopo credo verso i 10 anni grazie ad un parente che insegnava musica a mio cugino, potei provare per la prima volta una batteria vera. Fortunatamente i miei si convinsero a farmi studiare con lui e arrivò la mia prima Rogers, fu un colpo di fulmine. Cominciai a studiare solfeggio e ritmi base con questo insegnante d’orchestra da ballo e la cosa andò avanti fino ai 13 anni. In seguito sentii il desiderio di fare un piccolo salto in avanti quindi cominciai a studiare più seriamente con Nevio Basso, batterista di Pordenone dalla grande esperienza, che mi diede le basi dello strumento: rudimenti, solfeggio ritmico, indipendenza, stili, ecc. Parallelamente cominciai a studiare a 16 anni anche clarinetto classico per dedicare anima e corpo alla musica. Poi dopo il militare intrapresi un percorso musicale molto specifico legato al jazz con Roberto Dani, Glauco Venier, Marc Abrams e parallelamente frequentavo molti seminari e workshop tra cui Umbria Jazz, Siena Jazz.

In questi giorni stanno girando per i social i video dei tuoi assoli. In questi soli si può intuire un approccio non canonico allo strumento e sembra tu voglia catturare un lato sonoro molto particolare. Cosa ti ha ispirato in questa ricerca ? Come sono nati questi soli ?

Questo tipo ricerca in realtà è iniziata ormai venti anni fa quando studiavo appunto con Roberto Dani grande musicista molto devoto all’ improvvisazione e alla ricerca timbrica sul set, uno specialista della ricerca direi. Questo mi ha aperto la mente e mi ha spinto a mettere tutto insieme con lo studio e la pratica jazzistica tradizionale che facevo. Da lì in poi il mio approccio si è allargato su qualsiasi fronte arrivando a mettermi alla prova in solitudine, in duo con Luigi Vitale (Stilelibero cd Nusica.org) con Ri-Percussioni quartetto appunto di batterie e percussioni varie e con il percussionista Massimo Orselli.
Ho anche molte collaborazioni con band con cui posso sentirmi libero di sperimentare queste cose, ma queste performance in solo sono solo la conseguenza di tutto questa ricerca che continua ancora oggi.

I soli sono improvvisati oppure sono delle composizioni che hai effettivamente trascritto ?

I soli sono assolutamente improvvisati, la mente deve viaggiare all’interno e all’esterno dello spazio fisico, mentale, sonoro, timbrico e spirituale. L’idea è di creare questa performance in posti anche “non convenzionali” in spazi dove il luogo è d’ispirazione e lasciarsi trasportare.

Puoi parlarmi del set usato nei video ?

Per questo video il set è volutamente tradizionale, ma per me è come un tavolo su cui posso appoggiare varie percussioni o piatti o oggetti vari, come in una sorta di batteria preparata. Questa idea ad esempio si può notare nel secondo video. Il set chiaramente può ingrandirsi o rimpicciolirsi a seconda dell’ispirazione ma il concetto della batteria preparata improvvisando rimane.

I titoli dei tuoi soli pubblicati sono “Live in Space”. Anche io sono un batterista solista e spesso mentre suono più che concentrarmi sullo strumento, mi figuro delle immagini che voglio regalare allo spettatore. Lo spazio è stato un qualcosa che ti ha ispirato oppure hai messo questo titolo solo successivamente alla pubblicazione dei video ?

Sono partito con l’idea del “Live in Space” fin da subito, mi piaceva l’idea ti tenere questo “marchio” per identificare quello che faccio anche per il futuro, l’idea alla base è evolutiva, sto già pensando come svilupparla anche con vari musicisti in duo e con vari artisti delle arti visive.

Nel tuo secondo solo “Live in Space 2”, mi ricordi alcuni suoni di Jim Black con i suoi Alas No Axis. E’ un batterista a cui t’ispiri?

Può essere uno dei tanti grandi a cui mi ispiro e ascolto ma in quel contesto non pensavo a lui, piuttosto a cose alla Tony Oxley o comunque rumoristiche. 

Nell’ultimo video ho notato una molletta sul ride. Devo essere sincero che è la prima volta che vedevo un utilizzo del genere. Quanto conta per te la ricerca del suono e come esperimenti questi suoni ?

Per quanto mi riguarda nella ricerca sonora vale tutto. Ho fatto esperimenti di tutti i tipi, dalla batteria scordata, preparata con oggetti sopra e molto altro tra cui ricercare oggetti non convenzionali che abbiano un senso come i volani delle lavatrici, campane, lamiere. Cerco di sviluppare sempre il concetto del suono e delle sue caratteristiche per esempio suono chiaro-scuro, forte-piano, suono lungo suono corto, ecco che entrano in gioco le mollette. Poi molte sonorità escono improvvisando, alla fine mi voglio stimolare anche da suoni non convenzionali chiedendomi ma cosa succede se provo a fare questo?

Il tuo progetto solistico è un qualcosa che porti anche in giro ?

Vorrei trovare dei luoghi intimi per poterlo realizzare dove chi è presente è quasi parte integrante della cosa


Puoi parlarci della tua carriera ?

Ho avuto la fortuna di suonare e collaborare con moltissimi musicisti molto diversi tra loro da Steve Grossmann, David Liebman a John Taylor, Fabrizio Bosso, Pietro Tonolo, Franco Cerri, Shawn Monteiro, Amir Elsaffar per citarne alcuni, tutti mi hanno dato tantissimo e fatto crescere. Ogni situazione cambia e ogni approccio alla musica è diverso. Attualmente però ci sono formazioni che mi stanno dando molta soddisfazione a livello musicale come: XY Quartet, Rosa Brunello Los Fermentos, Glauco Venier Quartet, Francesco Bearzatti Trio, Michele Francesconi Trio

Hai una formazione prevalentemente jazzistica. Mi vengono in mente altri batteristi solisti come Michele Rabbia, Massimiliano Furia, Andrea Centazzo ed altri, e noto che quasi tutti vengono da una formazione jazzistica. Cosa ha rappresentato il linguaggio jazz per te e per la tua carriera solistica ?

Per me lo studio del jazz è importantissimo perché ti insegna tre elementi per me fondamentali: l’aspetto dell’improvvisazione, il concetto dell’interplay e del suono. Il jazz se studiato nel verso giusto ti può dare tanto e da batterista ti trasforma in musicista, può farti capire molte cose e portarti ad avere un approccio sempre musicale e personale, credo che come forma musicale dovrebbe essere praticata da tutti i batteristi, anche se poi si sceglie un’altra strada, è l’origine su cui il nostro strumento si è sviluppato.

Cosa rappresenta per te la batteria ?

La mia vita, il mio strumento per esprimermi.

Negli ultimi anni stanno aumentando gli esperimenti di percussione solistica. Secondo te da cosa è dipeso ?

Non so se sono aumentati ma credo ci sia da fare una distinzione tra esigenza artistica ed esigenza a mettersi in mostra. Una non esclude l’altra però dipende da come la si fa. Forse è più un fenomeno che si vede su You Tube dove troviamo molti video di batteristi che suonano da soli e che mostrano tutto quello che sanno fare ma poi in un contesto reale molti di questi non suonano, non hanno esperienza e non saprebbero come approcciarsi. Altri invece sono veramente formidabili.

Pensi che la batteria solista possa essere una nuova avanguardia espressiva oppure rimarrà un fenomeno molto circoscritto ?

Domanda molto interessante, mi piacerebbe che la cosa si sviluppasse ancora di più e che ci fosse anche più coraggio e consapevolezza nel mettersi in gioco, il nostro strumento ha molte possibilità espressive ancora da scoprire, la batteria può suonare pulsazioni, note, suoni, colori, quindi tutto è da considerarsi come una sorta di orchestra, molti grandi hanno dato un grosso contribuito a questo sviluppo, mi vengono in mente Max Roach, Pierre Favre, Tony Oxley, Joey Baron, Terry Bozzio, Antonio Sanchez, Ari Hoenig. Ognuno nel loro mondo è riuscito a far cantare lo strumento.

Vivi a Pordenone. Com’è la scena musicale delle tue parti ? E’ difficile esprimerti in contesti solistici ?

Il luogo fa tanto, ma fortunatamente la differenza la fanno i musicisti. Ci sono delle piccole realtà ma che non hanno ancora la forza per avere una continuità. Ho la fortuna di muovermi e di poter collaborare con moltissime situazioni stimolanti, questo mi permette di esprimermi anche se non è facile portare il ”solo”, pratica ancora non diffusa e difficile da realizzare.

Un altro illustre batterista solista come Centazzo è friulano. In più interviste ha raccontato che la sua città (Udine) ha rappresentato inizialmente un limite. Che rapporto hai con la tua città e cosa rappresentano per te i viaggi ?

I viaggi sono fondamentali per capire chi sei e da dove vieni, ti stimolano e ti mettono in discussione. Quando sono stato la prima volta a New York beh mi sono posto molte domande, ma poi ho capito che ognuno di noi ha la propria storia e che comunque il luogo in cui siamo cresciuti che ci piaccia o no ci influenzerà sempre. Forse dobbiamo filtrare il tutto e provare a fare la propria musica a prescindere trovando una nostra identità, in questo caso la collaborazione con Glauco Venier che va avanti da molti anni rappresenta questo, la musica popolare del nostro Friuli rielaborata in chiave Jazz.


Oltre ad essere un solista, hai all’attivo diverse collaborazioni di prestigio con orchestre e musicisti eccezionali come Bosso, Tamburini e molti altri. Qual’è la maggior differenza che avverti tra il suonare da solo o a servizio di un’orchestra o formazioni più ridotte ?

Mi piace pensare che siamo sempre dei gregari cioè al servizio della musica, ma la costante per me è sempre la stessa, ovvero essere capaci di usare la propria creatività modellandola per caratterizzare quello che andrai a suonare, chiaramente cambia da formazione a formazioni e molto dipende dall’approccio che hai. Se sei in big band ad esempio e devi leggere molto, sarà opportuno avere una buona lettura ed una buona assimilazione della musica per non passare tutto il tempo incollato a leggere la partitura, questo ti permette di essere più reattivo nelle dinamiche, nelle soluzioni di improvvisazione che si creano e di poter essere dentro la musica.
Altra cosa invece se suoni da solo certi parametri non esisto, ma ne esistono altri come ad esempio la forma che puoi creare sul momento o un tema o un timbro, elementi che possono essere diciamo “traditi” se vuoi in qualsiasi momento.

Suoni anche in un tributo a Frank Zappa, musicista incredibile che è nato come batterista. Batteristicamente parlando, cosa rappresenta per te riproporre la sua musica così complessa e stimolante ?

Questo progetto su Zappa è nato circa 15 anni fa con Glauco Venier, proprio quest’anno l’abbiamo riproposto dopo vari anni di stop con “l’Insiùm” orchestra friulana. Mi piace moltissimo il suo mondo ed è anche molto divertente da suonare, lo trattiamo riarrangiandolo per ensemble allargato quindi oltre alla partitura da seguire c’è molta improvvisazione e la sua musica è molto logica anche da memorizzare.

Il momento di crisi del settore impone anche un momento di stallo anche di molta della ricerca e della sperimentazione, specialmente nella proposta dal vivo. Ora molta informazione passa attraverso i social e Youtube, mentre una volta si andavano a scoprire i musicisti guardandoli da vivo. Com’è il tuo approccio verso questa nuova tendenza ?

Io faccio parte di quella generazione che aveva il vinile e le cassette, rigorosamente tutte copiate, poi le prime vhs anche quelle tutte copiate, quindi vivevo ogni giorno con la voglia di scoprire e di aggregarmi ad amici che facevano la stessa cosa, si cresceva insieme con la stessa passione e ogni giorno era una scoperta, andare a sentire musica e vedere i musicisti bravi a un metro rubando il più possibile per me era la normalità e lo è ancora adesso. Molte cose le ho capite dopo tanto tempo e sbattendoci letteralmente la testa, adesso anche da insegnate di conservatorio mi accorgo che a vent’anni molti studenti hanno mille informazioni teoriche tratte da You Tube, ma che alla fine non le hanno mai provate concretamente. You Tube, ad esempio, rappresenta la grande vetrina di un negozio dove ci sono un sacco di giocattoli in esposizione e tutti li guardano ammirandoli, ma pochi hanno il coraggio di entrarci e di mettersi dall’altra parte trasformando lo stimolo in pratica effettiva.

Pensi che Internet possa sostituire quella che era proposta musicale che fino a qualche tempo fa era a discapito dei locali o dei festival ?

No, internet non può e non deve sostituire nulla, ma è un mezzo fantastico per mettersi in connessione o per proporsi e farsi sentire.


Sei te in prima persona che ricerchi nuove collaborazioni oppure aspetti che le occasioni si presentino da sole ?

Lavorando come sideman molte collaborazioni nascono perché vengo coinvolto e questo mi gratifica molto, altre volte invece nascono dal mio desiderio di incontrarmi con determinati musicisti e vedere se scatta qualcosa.

Se prima le collaborazioni avvenivano solo a livello locale, ora si ha la possibilità di registrare e collaborare anche a distanza. A te è mai capitato ? Allargandosi le possibilità, si allarga anche la concorrenza. Perché qualcuno dovrebbe scegliere te come batterista di un progetto ? Cosa pensi che ti possa rendere unico ? Hai qualcosa che ritieni essere la tua firma sonora per cui qualcuno ti può facilmente riconoscere ?

A casa ho la possibilità di registrarmi sia audio che video, pratica che utilizzo per studiare, insegnare e per fare qualche pre-produzione. La concorrenza è un dato di fatto e troveremo sempre qualcuno più bravo di noi che può fare meglio, ma questo non significa che funzioni o che sia il musicista adatto per quel contesto.
Personalmente non ho mai un’atteggiamento snob nei confronti di qualsiasi situazione musicale anche di quelle che possono sembrare semplici o banali, forse questo atteggiamento ti fa lavorare in maniera seria e credibile ad ogni occasione e questo credo sia il mio biglietto da visita: metterci passione e dedizione al massimo, a volte non serve fare altro.
Ho visto molti “grandi” approcciarsi esclusivamente come lavoratori portando a casa esclusivamente un lavoro fatto da manuale, ma senza partecipazione o entusiasmo e questo si sente, questo capita quando si crede che chiamando il “nome” funzioni a prescindere. Riguardo alla propria firma credo sia la cosa più difficile da realizzare, ma se riesci a metterla e viene riconosciuta allora questo diventa, per me, molto gratificante.

Quali sono i batteristi italiani della nuova generazione che segui maggiormente o da cui magari prendi qualche riferimento ?

Ne vedo tanti molto preparati e molto musicali, uno che mi piace per estro è Bernardo Guerra batterista toscano.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali attualmente ?

Ascolto qualsiasi tipo di musica e non ho assolutamente barriere, nel mio Ipod puoi trovare di tutto da Charlie Parker a The Mars Volta, da Steve Lehman a James Taylor, Béla Bartòk o i Police.
Attualmente sto ascoltando molte cose interessanti, Craig Taiborn (Daylight Ghosts), Dinosaur (Together As One), Tshown Sorey, Donny Mccaslin per citarti qualcuno, ma i miei riferimenti fin da ragazzo sono Miles Davis, John Coltrane, Bill Evans e Keith Jarrett.

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